1992·04·06 - Unità • Cipriani·A & Robinson·A (usurai internazionali)

Gli «usurai internazionali» dominano oggi il pianeta


✩ (Arkbase)

Intervista a Amelia Robinson, leader del Movimento per i diritti civili a fianco di Martin Luther King
«Permane il sistema dei padroni delle piantagioni dell’Alabama»


«Oggi il mondo è come una piantagione dell’Alabama. Solo che gli schiavi sono le nazioni intere nelle quali milioni di bambini muoiono di fame». Amelia Robinson, leader del Movimento per i diritti civili, che negli anni Sessanta fu una bandiera del «sogno nonviolento» al fianco di Martin Luther King, racconta la sua storia, le speranze, la rivoluzione pacifica degli afroamericani. Dalle manifestazioni per il voto al giorno terribile della marcia sul ponte dell’Alabama; botte della polizia, uccisioni e arresti in massa. Poi la stagione della rivolta delle coscienze e quella della sconfitta.

dal nostro inviato Antonio Cipriani
l’Unità — 6/4/1992 (lunedì 6 aprile 1992), p. 2


WASHINGTON — Con gli occhi chiusi e la testa sanguinante, priva di sensi, abbandonata in mezzo alla strada. Così una vecchia foto del 1965 ritrae Amelia Robinson. È l’immagine simbolo del «bloody sunday» dell’Alabama della domenica di sangue che segna una delle tappe fondamentali della lotta degli afroamericani per i diritti civili. Amelia Robinson era la leader della «rivolta delle coscienze», della battaglia per poter votare iniziata proprio nella sua città, Selma in Alabama. «Noi chiedevamo agli afroamericani considerati ancora come schiavi di registrarsi e di esprimere il dritto di voto. Era questa la nostra lotta nonviolenta», dice Amelia Robinson che a 81 anni ancora porta alta la bandiera di Martin Luther King, la lotta per la giustizia sociale e per i diritti civili. E lo fa continuando ad essere un punto di riferimento nell’università di Tuskegee in Alabama, un centro di cultura storico per gli afroamericani. «Loro tracciano un cerchio e ci lasciano fuori, come fossimo ribelli eretici, una cosa da disprezzare. Ma io e il mio amore conosciamo una strada per vincere: tracciamo un cerchio e li facciamo entrare» — cita con voce dolce Amelia.


• Questo era il sogno di Martin Luther King?

Questa è stata la nostra rivoluzione. L’abbiamo combattuta con le armi della nonviolenza e della conoscenza a partire dal 1929. Io e mio marito Samuel Boynton giravamo per le piantagioni, dove gli afroamericani vivevano ancora come i loro antenati, come schiavi. Mio marito li aiutava a lasciare i padroni e a diventare agricoltori indipendenti. E insisteva: ora dovete iscrivervi nelle liste elettorali e andare a votare, dovete diventare cittadini di serie A.


• A quei tempi la schiavitù era finita, perché quei lavoratori restavano nelle piantagioni in quelle condizioni?

Erano costretti a restare schiavi per colpa del meccanismo del debito. Non avevano soldi e se volevano dei vestiti o avevano bisogno di medicine dovevano rivolgersi al proprietario che segnava tutto nel suo librone del dare e dell’avere. Poi alla fine dell’anno tirando le somme chissà perché il padrone doveva sempre avere, vantava crediti che così impedivano ai lavoratori di andarsene. Non si dimentichi che dalla schiavitù legale si è passati a lunghi anni di schiavitù di fatto. E con chi protestava un afroamericano? Nessun giudice avrebbe preso le sue parti.


• Lei e suo marito, girando nelle piantagioni, che cosa dicevate a quei lavoratori?

Parlavamo con loro soprattutto nelle chiese, spiegando loro come liberarsi e diventare contadini indipendenti. Mio manto studiava sistemi per l’agricoltura e in breve si costituirono diverse fattorie modello, che producevano molto di più di quelle dei proprietari banchi. Ma proprio per questo Samuel fu sottoposto a vessazioni continue, lo mandarono fuori strada con la macchina, tentarono di ucciderlo sparandogli. Si ammalò di cuore e nel 1963 morì. Il suo funerale rappresentò la prima sfida al sistema. Centinaia di afroamericani vennero da ogni parte dell’Alabama a testimoniare un riconoscimento a questo uomo che aveva fatto tanto per la giustizia sociale. Contro questa gente c’erano i difensori del potere razzista. Lo sceriffo di Selma nominò centinaia di vicesceriffi tra i bianchi con «il sangue caldo». E quando gli afroamericani sfilarono verso la chiesa, loro, armati fino ai denti, li controllarono minacciosi. Dopo il funerale tutti i partecipanti furono licenziati, operai, contadini, lavoratori. Fu quello il primo atto di violenza organizzata contro le nostre marce pacifiche.


• Dopo la morte del dottor Boynton lei si trovò da sola a guidare il movimento di Selma?

Martin Luther King mandò alcuni suoi studenti a darci una mano. Dopo i licenziamenti il movimento era cresciuto e la gente voleva cominciare ad iscriversi nelle liste elettorali per poter votare partecipando alla vita democratica. Noi insegnavamo loro a non replicare alle provocazioni, a essere pronti a finire in galera senza un motivo. Passavamo giornate in fila, aspettando davanti all’ufficio elettorale per poterci iscrivere. Dopo estenuanti attese ci dicevano di tornare il giorno dopo e guai a chi si azzardava a dare da bere a uno che aspettava sotto il sole. La prima volta mi arrestarono per questo.


• Poi dopo le provocazioni venne il tempo del sangue, delle botte, dei delitti. Come cominciò?

Se loro picchiavano noi non reagivamo. Era l’unica salvezza. Poi un giorno durante una marcia per i diritti un ragazzo vide la madre che veniva pestata da un poliziotto, reagì e quello gli sparò ammazzandolo. Il ragazzo si chiamava Joe Lee Jackson. La manifestazione successiva la guidò il dottor King e fu arrestato. Poi venne il giorno terribile della marcia sul ponte dell’Alabama. Quella domenica le truppe dello sceriffo ci aspettavano dall’altra parte del ponte. Fu un massacro. Ci caricarono con i cavalli e cominciarono a picchiare con i manganelli e con i bastoni elettrici che servivano a guidare le vacche. I cavali sembravano impazziti. Vidi ragazzi con le teste spaccate che fuggivano senza meta come bestie in un rodeo. Fui colpita alla testa una prima volta e il sangue mi colava sul viso e sugli occhi. Non ci vedevo più, cercavo un riparo quando mi arrivò un secondo colpo di manganello alla base del collo e svenni. Io non ricordo più niente. Mi hanno poi detto che mi vennero addosso e mi fecero respirare gas lacrimogeno tant’è che da allora ho sempre avuto problemi di respirazione, ancora oggi mi sento strangolare. Fui lasciata sul selciato, con la polizia che non faceva avvicinare nessuno come fossi un animale. Quando un gruppo di persone riuscì a forzare il blocco fui portata nella chiesa e poi in ospedale. Ci arrivai dieci ore dopo aver perso conoscenza.


• Quella marcia con il suo ferimento segnò l’inizio del movimento su scala nazionale. Seguì il periodo della speranza, del sogno di un leader come Martin Luther King che sconvolgeva le regole del potere dicendo: noi siamo l’America. Ma il Sessantotto dei diritti civili è finito drammaticamente. Oggi che resta di quell’esperienza?

Non c’è stato il progresso civile che sognavamo. Ma con rabbia e tristezza devo dire che in questo paese non c’è più niente, né per i neri né per i bianchi. L’immagine di questo paese è quella di un vecchio rugoso con le scarpe rotte.


• Qual è la battaglia per i diritti civili di Amelia Robinson negli anni ’90?

Nel 1929 c’era la piantagione con padroni che schiavizzavano con l’usura i lavoratori, lo stesso meccanismo che combattevamo in Alabama è quello che oggi regola il mondo. C’è chi produce ricchezza e chi ha i soldi di carta. I paesi del terzo mondo producono per i paesi ricchi e non hanno cibo per sfamare i loro bambini che muoiono di fame. Tutto per colpa di debiti che, con interessi da usura, si perpetuano nei decenni. È lo stesso sistema che usavano i padroni nelle piantagioni dell’Alabama. Oggi è tutta una piantagione internazionale, dove le potenze che dominano decidono quello che è giusto e quello che è ingiusto tracciando principi etici inaccettabili. Nessuno mi farà credere che è giusto che in Brasile o in un paese dell’Africa, i bambini debbano morire di fame perché tutta la produzione serve per il Nord ricco del mondo. Che quei bambini non hanno il diritto alla vita perché l’impero della carta moneta e delle banche ha stabilito che l’equilibrio mondiale deve reggersi sull’usura.


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ANNOTAZIONI E SPUNTI
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COMMENTO — da completare.


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