Il corpo delle donne e il desiderio di libertà di quegli uomini sradicati dalla loro terra
__________Lo scrittore algerino sui fatti di Colonia: “Del rifugiato vediamo lo status, non la cultura. E così l’accoglienza si limita a burocrazia e carità, senza tenere conto dei pregiudizi culturali e delle trappole religiose”
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Nel mondo di Allah il sesso rappresenta la miseria più grande
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L’islamismo è attentato a quel desiderio che esplode in Occidente
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di Kamel Daoud
Repubblica — 10/01/2015 (domenica 10 gennaio 2016)
Cos’è accaduto a Colonia? Leggendo i resoconti si fa fatica a comprenderlo con chiarezza. Forse però sappiamo cosa passava nella testa degli aggressori e come di sicuro la pensano gli occidentali.
Il “fatto” in sé è espressione fedele dell’immagine che gli occidentali hanno dell’Altro, il rifugiato/immigrato: spiritualismo esasperato, terrore, riaffiorare della paura di antiche invasioni e base del binomio barbaro/civilizzato. Gli immigrati che accogliamo se la prendono con le “nostre” donne, aggredendole e stuprandole. Una nozione che la destra e l’estrema destra non tralasciano mai di esporre quando si pronunciano contro l’accoglienza ai rifugiati. I colpevoli sono immigrati arrivati da tempo o rifugiati recenti? Appartengono a organizzazioni criminali o sono semplici teppisti? Per delirare con coerenza non si aspetterà che queste domande abbiano risposta. Il “fatto” ha già riaperto il dibattito sull’opportunità di rispondere alle miserie del mondo “accogliendo o asserragliandosi”.
•[§·3]•
Spiritualismo esasperato? Già. In Occidente l’accoglienza pecca di un eccesso di ingenuità. Del rifugiato vediamo lo stato ma non la cultura. È la vittima sulla quale gli occidentali proiettano pregiudizi, senso del dovere o di colpa. Si scorge in lui il sopravvissuto, dimenticando che è anche vittima di una trappola culturale che deforma il suo rapporto con Dio e con la donna.
In Occidente il rifugiato o l’immigrato potrà salvare il suo corpo ma non patteggerà altrettanto facilmente con la propria cultura, e di ciò ce ne dimentichiamo con sdegno. La cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna — fondamentale per la modernità dell’Occidente — rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la “propria cultura”. Ma tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici e si esplicano attraverso la carità.
•[§·5]•
Il rifugiato è dunque un “selvaggio”? No. È semplicemente diverso, e munirlo di pezzi di carta e offrirgli un giaciglio collettivo non può bastare a scaricarci la coscienza. Occorre dare asilo al corpo e convincere l’animo a cambiare. L’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la miseria sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a guarirlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l’incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita. Una convinzione condivisa, che negli islamisti appare palese. Poiché la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell’anima.
•[§·6]•
Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei. Qualche anno fa, a proposito dell’immagine della donna nel mondo detto arabo si scrisse: «La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere».
È questa libertà che il rifugiato, l’immigrato, desidera ma non accetta. L’Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà della donna è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della “virtù”.
•[§·8]•
Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà, in Occidente un valore fondamentale, ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o a una nefandezza da “velare”. La libertà di cui la donna gode in Occidente non è vista come il motivo della sua supremazia ma come un capriccio del suo culto della libertà. Di fronte ai fatti di Colonia l’Occidente (quello in buona fede) reagisce perché è stata toccata “l’essenza” stessa della sua modernità — laddove l’aggressore non ha visto altro che un divertimento, l’eccesso di una notte di festa e bevute.
Colonia è dunque il luogo dei fantasmi. Quelli elaborati dall’estrema destra che evoca le invasioni barbariche e quelli degli aggressori, che vogliono che il corpo sia nudo perché è “pubblico” e non appartiene a nessuno. Non si è aspettato di sapere chi fossero i responsabili, perché nei giochi di immagini, riflessi e luoghi comuni, tale dato non conta poi molto. E non si vuole ancora capire che dare asilo non significa semplicemente distribuire “carte” ma richiede di accettare un contratto sociale con la modernità.
•[§·10]•
Nel mondo di “Allah”, il sesso rappresenta la miseria più grande. Al punto da dare vita a un porno-islamismo a cui i predicatori ricorrono per reclutare i propri “fedeli”, evocando un paradiso che più che a una ricompensa per credenti somiglia a un bordello, tra vergini destinate ai kamikaze, caccia ai corpi nei luoghi pubblici, puritanesimo delle dittature, veli e burka. L’islamismo è un attentato contro il desiderio. E talvolta questo desiderio esplode in Occidente, dove la libertà appare così insolente. Perché “da noi” non esiste via d’uscita se non dopo la morte e il giudizio universale. Ritardo che fa dell’uomo uno zombie, o un kamikaze che sogna di confondere la morte con l’orgasmo, o un frustrato che spera di raggiungere l’Europa per sfuggire alla trappola sociale della propria debolezza.
•[§·11]•
Ritornando alla domanda iniziale: Colonia ci insegna che dobbiamo chiudere le porte o chiudere gli occhi? Nessuna delle due opzioni: chiudere le porte ci obbligherebbe un giorno a sparare dalle finestre, un crimine contro l’umanità. Ma anche quello di chiudere gli occhi sulla lunga opera di accoglienza e di aiuto, e su ciò che questa comporta in termini di lavoro su se stessi e sugli altri, sarebbe un atteggiamento di spiritualismo esasperato, in grado di uccidere.
I rifugiati e gli immigrati non possono essere ridotti a una minoranza delinquenziale. Ciò ci pone di fronte al problema dei “valori” da condividere, imporre, difendere e far capire. Ciò pone il problema del dopo-accoglienza: una responsabilità di cui dobbiamo farci carico.
(‹traduzione di Marzia Porta›)
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ANNOTAZIONI E SPUNTI
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L’autore affronta il problematico rapporto del mondo islamico (ma sospettiamo che il problema sia da attribuire a qualsiasi concezione religiosa, perlomeno nell’ambito del monoteismo) senza però riuscire a chiarire né approfondire i nessi, soprattutto in senso psicologico. E non c’è da stupirsene, poiché non dispone — pur esistendo in francese — del termine e del concetto di “annullamento” (cfr. §·5).
•[§·3]• «Del rifugiato vediamo lo stato ma non la cultura»: nel sottotitolo, però, la stessa frase utilizza “status” al posto di “stato”; la differenza è introdotta dalla traduzione oppure si trova già nell’originale?
•[§·5]• «La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta»: da notare l’uso del termine “negata”, in linea con buona parte della cultura (perlopiù di matrice esistenzialista) di lingua francese. Eppure tale lingua disporrebbe del termine “annuler” (“annullare”).
•[ivi]• «[…] la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell’anima»: “la vita è una perdita di tempo”? Intende forse nell’attesa della vita eterna (dopo la morte)?
•[§·6]• «[…] si scrisse […]»: perché mai usa la forma impersonale?
•[§·8]• «Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà […] ma di degrado […]»: su cosa si fonda una tale affermazione? Ed è veramente possibile generalizzarla a tutto il mondo islamico?
•[§·10]• «Nel mondo di “Allah”, il sesso rappresenta la miseria più grande […] L’islamismo è un attentato contro il desiderio»: “attentato” pare un termine poco adatto al contesto, perché rappresenta un atto concreto, materiale, e limitato nel tempo, mentre l’islam (perché “islamismo”?) ha 14 secoli di storia. Poi: darebbe per scontato che altre religioni (p.es. quella cristiana?) siano meno negative rispetto al desiderio. Infine: dà per assodato che si sappia cosa sia, il desiderio!
•[ivi]• «[…] da noi […]»: l’autore è algerino ma scrive in francese; l’espressione è dunque ambigua: significa “in Algeria”, oppure “nel mondo islamico”? Ma anche secondo la dottrina cattolica (e, più in generale, secondo quella cristiana) la vera vita sarebbe dopo la morte!
•[§·11]• «[…] chiudere gli occhi […] spiritualismo esasperato […]»: che intende per “spiritualismo esasperato”? Forse “integralismo”, o piuttosto “mancanza di realismo”, o addirittura “di rapporto con la realtà”? In verità, l’espressione “spiritualismo esasperato” compare già in apertura (nel §·2, e poi all’inizio del §·3) fra gli atteggiamenti tradizionalmente tipici degli “occidentali” verso gli immigrati percepiti come diversi: «espressione fedele dell’immagine che gli occidentali hanno dell’Altro»; ed è associata a «un eccesso di ingenuità».
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http://www.repubblica.it/esteri/2016/01/10/news/colonia_molestie_capodanno_un_articolo_dello_scrittore_algerino_daoud-130973948/
http://spogli.blogspot.it/2016/01/repubblica-10_44.html
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