Potenza delle parole, dal peccato originale alla fantasia di sparizione
__________Le antinomie esaltano le potenzialità del linguaggio, riuscendo a esprimere anche l’invisibile. Fino a poter trasformare se stessi per cambiare il mondo.
~~~~~~~~~~
Niels Bohr e Albert Einstein
~~~~~~~~~~
Michelangelo, cappella Sistina (dettaglio)
~~~~~~~~~~
Convegno per i 40 anni di Analisi collettiva (Aula magna Università La Sapienza, Roma)
¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯
di Edoardo B. Drummond
BabylonPost — 04/06/2016 (sabato 4 giugno 2016)
È a tutti noto che la capacità di usare il linguaggio articolato è una delle caratteristiche che distinguono l’essere umano dalle altre specie animali. Filosofi, linguisti, antropologi, medici e psicologi ancora discutono su quando sia comparsa nel corso della sua evoluzione e su come si sviluppi nel singolo individuo. Alcuni la collegano a cambiamenti avvenuti in un lontano passato nell’apparato fonatorio, altri sostengono l’esistenza nel tessuto cerebrale di strutture innate e comuni a tutti gli esseri umani, strutture che poi si specializzerebbero in seguito all’apprendimento di una particolare lingua.
Non sappiamo se e in che modo questa capacità sia legata ad altre, come quella d’inventare e fabbricare oggetti utili ma non esistenti in natura: dalle scarpe, all’ombrello, ai vasi, o ad arco e frecce, alla ruota e al pane, fino alla bicicletta, alla radio o all’aeroplano; oppure come quella, ancor più inspiegabile, di fare cose sprovviste di ogni evidente utilità pratica solo perché belle, come dipingere o suonare musica. Queste ultime sono sicuramente molto antiche: le pitture rupestri, ad esempio, risalgono a più di 40 mila anni fa, mentre il più antico strumento musicale, un flauto ricavato da un osso di animale, è datato intorno ai 30 mila. I primi tentativi di scrittura non compaiono invece che molto più tardi, più o meno 6.200 anni or sono. All’epoca, gli esseri umani dovevano parlarsi di sicuro già da molto tempo, ma questa loro attività non ha lasciato tracce che siano potute pervenire fino a noi, e così non siamo in grado di affermare con certezza se sia nato prima il linguaggio, l’abilità tecnica, la musica oppure la pittura.
Non è neppure chiaro se il linguaggio articolato sia stato un’esclusiva della specie ‹Homo sapiens› oppure se lo abbiamo condiviso con altre, ormai estinte, come il ‹Neanderthal› o l’ancor più antico ‹Heidelbergensis›, le quali pure mostravano tendenze artistiche e un’abilità manuale non trascurabile.
In natura, non solo i mammiferi, ma anche gli uccelli, i rettili e persino gli insetti utilizzano suoni per comunicare tra loro; quel che però distingue l’essere umano da tutti gli altri è la capacità di adoperare simboli e non solo segnali, la capacità cioè di associare in modo arbitrario e convenzionale a un particolare suono emesso (detto ‹significante›) un’idea o un’emozione (un ‹significato›).
La grande plasticità e la forza comunicativa di questo strumento sono già sorprendenti quando si tratta di indicare azioni concrete e oggetti materiali rilevabili ai sensi fisici. Nuove parole compaiono e si affermano ogni giorno, mentre altre, ormai invecchiate, cadono in disuso e finiscono per essere dimenticate. Intere lingue e culture possono scomparire nel corso dei secoli, mentre di nuove se ne affacciano in continuazione alla Storia, spesso senza che gli stessi parlanti lo vogliano o se ne rendano conto.
Il potere delle parole può assumere aspetti sconcertanti e talvolta paradossali allorché vengano impiegate per rappresentare ciò che non è direttamente percepibile dai cinque sensi o persino ciò che neppure concretamente esiste. I poemi epici ci testimoniano ad esempio di quanto le antiche divinità abbiano influenzato le azioni umane e, tramite esse, il corso della Storia. Ancora al giorno d’oggi un individuo vestito di bianco ci parla, in nome di un dio unico (che poi tanto unico non è), di Grazia e di Redenzione, pretendendo di condizionare coi suoi discorsi il nostro pensiero e il nostro comportamento.
Ma la capacità delle parole di rappresentare l’invisibile può raggiungere la sua massima potenza quando ricorre all’accostamento di termini che esprimono realtà evidentemente — o anche solo in apparenza — contraddittorie. Ne esistono svariati esempi moderni, e persino attuali, anche nell’ambito delle scienze esatte, come le “azioni a distanza” della fisica newtoniana (una di queste è l’arcinota e onnipresente forza di gravità) oppure il “dualismo onda-corpuscolo” della meccanica quantistica, cui si fece ricorso all’inizio del secolo scorso per descrivere il bizzarro comportamento della materia a scala sub-atomica. Nel primo caso, molti studiosi contestarono all’epoca la legittimità dell’introduzione di tale concetto ed altri sostennero che ad esso non corrispondeva alcuna realtà fisica, finché la teoria della relatività generale di Einstein dimostrò che se ne poteva benissimo fare a meno, rappresentando l’interazione gravitazionale come deformazione “geometrica” di uno spazio-tempo continuo. Anche nel secondo caso le polemiche durarono per decenni, poiché la doppia natura delle particelle quantistiche generava paradossi che ne rendevano problematica la comprensione. Sul tema sono rimasti celebri i ricorrenti dibattiti tra lo stesso Einstein e Niels Bohr. Gli indiscutibili successi pratici della meccanica quantistica finirono per sopire queste polemiche, ma ancora oggi esistono fisici i quali sostengono caparbiamente che tale formulazione non sia altro che una comoda ma ingannevole scorciatoia, in assenza di una vera “teoria scientifica” che possa spiegare adeguatamente i fenomeni [1] .
Al di fuori dell’ambito scientifico, un caso fin troppo ben noto è quello del “peccato originale” che, introdotto nel racconto della ‹Genesi›, risulta essere, seppure in vario modo, comune alle tre “religioni del Libro”. Nelle antiche società politeiste il concetto di “peccato” neppure esisteva, semmai veniva considerata la “hybris”, la superba ribellione contro il volere di una divinità oppure contro il fato, e la conseguente punizione divina. Con l’avvento del monoteismo, il legame di fedeltà alla divinità diventa personale ed “etico”. La trasgressione si trasforma in “peccato”, una “colpa” che macchia in modo più o meno grave e più o meno indelebile l’individuo, ma che è in genere direttamente legata all’aver compiuto un’azione proibita o all’aver fatto un pensiero indebito. L’unica “geniale” eccezione a questo legame è costituita appunto dal peccato “originale”, in cui il “peccato” non solo viene ereditato da una coppia di ipotetici progenitori che lo avrebbero commesso svariate migliaia di anni or sono [2] , ma si tramanda ineluttabilmente (perlomeno nel mondo cristiano) di generazione in generazione con un “peso” diverso per l’uomo e per la donna. In un sol colpo (e per questo lo abbiamo definito “geniale”), esso serve da un lato a giustificare la prima, originaria e insuperabile disuguaglianza tra gli esseri umani, quella fra uomini e donne, che poi diverrà il fondamento e la matrice di tutte le altre disuguaglianze [3] ; dall’altro a rendere necessaria l’esistenza di una classe di “eletti”, i sacerdoti, con la funzione di mediare tra la divinità e i comuni mortali e di “amministrare” l’assoluzione dai peccati — amministrazione che ha sempre fruttato parecchio, a giudicare dal potere economico della Chiesa, nonché dal Giubileo straordinario indetto per quest’anno. Questa semplice “idea”, pur senza corrispondere ad alcunché di concreto e reale, ha garantito per oltre due millenni a chi era in grado di gestirne il potere, una vita agiata a spese della comunità e una sostanziale immunità dal codice civile e penale. Lo si può constatare anche dalle scarse conseguenze degli scandali finanziari e di quelli relativi alla diffusione della pedofilia nel clero.
Nel 1972, una piccola casa editrice pubblica incautamente, nell’ambito di una collana dedicata a testi di argomento psicoanalitico, un volume dal titolo ‹Istinto di morte e conoscenza› [4] , titolo che già di per sé sembra contenere un’antinomia [5] . L’autore, lo psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli, vi propone, insieme alla sua teoria della nascita umana, alcuni nuovi concetti tra i quali quello, fondamentale, di “fantasia di sparizione”, ed è stato egli stesso, in seguito, ad evidenziare come l’espressione sia costituita dall’unione di due termini di valenza contraria: la fantasia è infatti legata alla creazione di qualcosa di nuovo che prima non c’era, la sparizione comporta invece l’eliminazione (o la non percezione) di qualcosa di esistente. I due termini stanno tra loro come la vita e la morte, come l’essere e il non essere dell’‹Amleto› di Shakespeare [6] . Poiché la “fantasia di sparizione” è una caratteristica esclusivamente umana, tale circostanza suggerisce che possa essere legata ad altre manifestazioni tipicamente umane, non ultima proprio quella che abbiamo definito “capacità di usare il linguaggio articolato”.
Senza addentrarci nelle complesse conseguenze di questi collegamenti, notiamo però che la prima occorrenza della “fantasia di sparizione” si ha alla nascita, come reazione del neonato contro l’ambiente esterno inanimato, e in particolare contro la luce, stimolo per lui assolutamente nuovo. E poiché alla nascita non esiste alcuna realtà mentale cosciente, la “fantasia di sparizione” non può che essere una reazione “inconscia”, e tale continuerà a rimanere anche nel seguito della vita. Possiamo allora evidenziare che l’espressione rappresenta un invisibile (un “non osservabile”, come si direbbe in fisica), ma di valenza completamente opposta a quello, menzionato in precedenza, di “peccato originale”: mentre quest’ultimo ha lo scopo di rendere schiavi gli esseri umani, destinandoli a una depressione incurabile per asservirli meglio allo sfruttamento e impedire ogni cambiamento sociale, la “fantasia di sparizione” permette di comprendere l’origine del pensiero dalla realtà biologica alla nascita; rende in tal modo inutile ed ingannevole l’intervento di uno “Spirito” esterno al corpo umano, superflua l’esistenza di un divino nei cieli, e intollerabile il mantenimento dei suoi rappresentanti sulla Terra.
Ma non solo: la “fantasia di sparizione” è quella che permette all’essere umano di separarsi senza danni da esperienze e rapporti negativi, che gli consente di superare vecchi modi di essere per realizzarne di nuovi, ovvero di “trasformare se stesso per cambiare il mondo” senza far ricorso alla violenza. È la premessa indispensabile perché possano coesistere l’uguaglianza — quella di tutti gli esseri umani alla nascita — e la libertà — quella di realizzarsi ciascuno a suo modo, emancipandosi dai condizionamenti del passato [7] .
Negli ultimi mesi, sotto la spinta incessante della ricerca, anche la “fantasia di sparizione” sembra aver lasciato il passo a una nuova formulazione [8] , a nuove parole [9] , forse in grado di rappresentare in modo più puntuale la dinamica della nascita. Parole come: reazione, pulsione, vitalità, esistenza, tempo, movimento, suono… [10] Ma alla “fantasia di sparizione” bisognerà in ogni caso riconoscere di aver alimentato e tenuto ben viva la ricerca per oltre quarant’anni.
_____
NOTE
¯¯¯¯¯
_____________________
ANNOTAZIONI E SPUNTI
¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯
NOTA — La versione originale dell’articolo è stata pubblicata sul sito del magazine BabylonPost (babylonpost.globalist.it). Nel testo e nelle figure associate è possibile cogliere diversi nessi non esplicitati (ovvero “latenti”?). Ci limitiamo a segnalarne alcuni:
• I «quarant’anni» sui quali termina il testo dell’articolo compaiono sia sulla fascetta della copertina di ‹Istinto di morte e conoscenza›, sia nel titolo del convegno all’Aula magna (in figura).
• Il racconto biblico del “peccato originale” e il titolo del libro di Fagioli hanno in comune il tema della “conoscenza”: l’albero della conoscenza del bene e del male per la ‹Genesi›, la conoscenza come realtà non materiale, legata quindi alla pulsione e alla “fantasia di sparizione” per Fagioli. Come risulta evidente anche dal confronto tra le due figure, il termine “conoscenza” sembra peraltro esser posto in relazione, seppure in modi assai diversi, col rapporto uomo-donna.
• Si confronti l’‹incipit› dell’articolo con quello del 1° capitolo di ‹Istinto di morte e conoscenza› (capitolo intitolato appunto “La fantasia di sparizione”): «È noto a tutti coloro che esercitano la professione…». Può essere un’assonanza casuale?
• Il toro di Lascaux richiama in maniera evidente la ricerca di Picasso sulla linea e sulla stilizzazione della figura; Picasso (1881-1973) non a caso è praticamente contemporaneo sia di Einstein (1879-1955) sia di Bohr (1885-1962).
• La misteriosa scrittura che compare nell’immagine di apertura, con i suoi caratteri vagamente antropomorfi incisi su quella che sembra una lamina d’oro, a che cosa allude? Al mistero della scrittura in sé? Alla prima stesura di ‹Istinto›? Allo stile inconfondibile degli articoli di Fagioli nella rubrica Trasformazione di “Left”, più volte citati nelle note? O a qualcosa di ancora indecifrato nello stesso articolo di Drummond? Oppure a tutte queste cose insieme? Ci sembra anche di poter cogliere una possibile vaghissima allusione alla scultura detta “staccionata” (foto tratta da “segnalazioni”), scultura che da qualche tempo appare alle spalle dello «psichiatra dell’Analisi collettiva»:
NOTA AGGIUNTIVA 1 — ‹The Power of the Words›, tradotto come ‹Il potere delle parole›, ‹La potenza delle parole› o anche ‹Potenza della parola›, è il titolo di un breve racconto di argomento fantascientifico-filosofico scritto da Edgar Allan Poe nel 1845 (si veda la pagina di wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Il_potere_delle_parole), tuttavia non è detto che la corrispondenza sia significativa. In ogni caso, l’argomento dell’articolo è ben diverso.
NOTA AGGIUNTIVA 2 — Per quanto riguarda la misteriosa scrittura dell’immagine iniziale, sembrerebbe trattarsi di un esempio di Rongo-rongo, una forma di scrittura (o proto-scrittura) rinvenuta nell’Isola di Pasqua e tuttora non decifrata. Ne riportiamo qui sotto un esempio, per poterne valutare la similitudine. Il supporto appare in questa manifestamente ligneo.
Che si tratti di una scrittura “tuttora non decifrata” potrebbe suggerire un ulteriore nesso: che alluda al “linguaggio dei sogni”, l’interpretazione dei quali è stata per oltre quarant’anni, insieme alla teoria della nascita di Fagioli, il fondamento dell’Analisi collettiva?
NOTA AGGIUNTIVA 3 — Una versione ulteriormente aggiornata delle “nuove parole” — che nel frattempo hanno raggiunto il numero di 21 — è stata pubblicata nell’articolo settimanale di Massimo Fagioli sul n. 27 di “Left” del 2/7/2016, articolo di cui costituiscono occhiello e titolo:
_____
[] http://babylonpost.globalist.it/Detail_News_Display?ID=125978&typeb=0&la-potenza-delle-parole-dal-peccato-originale-alla-fantasia-di-sparizione-
¯¯¯¯¯









Nessun commento:
Posta un commento