L’arte nelle grotte è roba da sciamani
__________L’archeologo Jean Clottes studia da decenni i dipinti rupestri del Paleolitico. Obiettivo: svelarne in [sic!] significato. Anche con l’aiuto delle popolazioni tribali attuali
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Sopra, la Grotta delle mani in Patagonia, nella provincia di Santa Cruz (Argentina).
A destra, dipinti nella grotta di Lascaux (Francia).
Sotto, l’archeologo Jean Clottes e il suo libro ‹What is paleolithic art?› (University of Chicago Press)
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Lee Berger bacia un teschio di ‹Homo naledi›, la nuova specie scoperta e identificata dal paleontologo in Sudafrica. Sopra, a destra, uno sciamano malese
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Lo sciamano in trance contatta o diventa lui stesso uno spirito animale
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[1] Dipinto rupestre in Tanzania, interpretato come un rito sciamanico
[2] Arte aborigena nel Northern Territory (Australia)
[3] Dipinto del Paleolitico superiore (35.000-11.000 a.C.) nella grotta di Altamira, in Spagna
[4] Pitture rupestri del Paleolitico superiore nella grotta di Chauvet, nel comune francese di Vallon-Pont-d’Arc
[5] Dipinti nella grotta di Tadrart Acacus, in Libia
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Nelle grotte ci sono tanti animali bellissimi e poche, schematiche figure umane
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di Alex Saragosa
Il Venerdì di Repubblica — 08/07/2016 (venerdì 8 luglio 2016), pp. 60-63.
Anno 30.000 d.C., archeologi entrano in un edificio sepolto da millenni. «Doveva essere un centro di culto della civiltà pre-asteroide, quella di cui non sappiamo quasi nulla» dice uno degli studiosi. «Guardate che immagini straordinarie… Cosa rappresenterà mai quella scena con tre uomini attaccati a delle croci? Forse un sacrificio umano o un rito di purificazione. Non lo sapremo mai»… Ecco, di fronte agli straordinari dipinti delle grotte del Paleolitico, come a Lascaux e Chauvet in Francia o Altamira in Spagna, siamo nella loro stessa situazione: come interpretare quelle corse di cavalli, i segni a forma di arpione, i bellissimi uri, rinoceronti, cervi o mammut, i gruppi di puntini colorati, gli uccelli sul dorso di stambecchi che partoriscono, le linee tracciate con le dita, le teste di leone, la donna che si trasforma in bisonte, le cacce e le altre scene dipinte fra 30 e 10 mila anni fa? Il loro messaggio sembra perduto per sempre.
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Uno dei più grandi esperti mondiali di pittura rupestre, l’ottantatreenne archeologo francese Jean Clottes, non si è però rassegnato e, sfidando i suoi colleghi, un senso a quelle immagini ha cercato di darlo, raccogliendo le sue riflessioni in un saggio uscito prima in Francia e ora negli Stati Uniti ‹What is Paleolithic Art?› (University of Chicago Press, pp. 208, dollari 18). Chi avrebbe potuto farlo meglio di lui? Esperto di età del bronzo, professore di archeologia all’Università di Tolosa e a Berkeley, Clottes fu nominato nel 1975 direttore delle antichità preistoriche nella regione del Midi-Pirenei. Si trovò così al lavoro nell’area del mondo che accoglie le più spettacolari opere d’arte del Paleolitico: ne rimase tanto affascinato da dedicargli [sic!] il resto della sua carriera. Una scelta premiata dalla fortuna. Durante il suo mandato ha assistito infatti alla scoperta ed esplorazione di nuove grotte dipinte: fra queste, nel 1994, quella di Chauvet — tra le più ricche di capolavori preistorici — di cui ancora dirige la ricerca scientifica.
«Ed è ancora la mia preferita» dice, «il pannello dei cavalli e quello dei leoni sono fra le vette dell’arte paleolitica».
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«Perché negli anni successivi alle prime scoperte di grotte dipinte ci sono stati anche troppi tentativi di interpretarle: alcuni vi vedevano magie per propiziare la caccia, altri arte fatta per il solo piacere di farla, altri ancora rappresentazioni dei “totem”, animali delle tribù» spiega Clottes. «Ci fu persino chi, visti i molti disegni di genitali femminili, ipotizzò l’opera di adolescenti ribelli, un po’ come i nostri writer. A questa sarabanda di illazioni pose fine il grande etnologo e archeologo André Leroi-Gourhan negli anni Settanta, sostenendo che era inutile cercare una spiegazione: queste pitture provenivano da una cultura e una visione del mondo troppo lontane e diverse dalla nostra, il loro significato era perso per sempre. Però, secondo me, se lo studio di ossa e attrezzi ci può dire molto sul mondo fisico delle genti del Paleolitico, la loro arte ci offre una preziosa finestra sulla loro mente, e non possiamo non tentare di darle un senso, almeno generale».
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«Questi popoli vivono ancora un contatto intimo con la natura, per cui il senso che danno alle loro immagini può aiutarci a capire quello che gli davano gli uomini di 30 mila anni fa. Per esempio ora sto studiando le popolazioni tribali dell’India, che usano l’arte rupestre per attrarre salute e prosperità. Nelle Americhe ho invece appreso che i graffiti sono spesso legati agli “spiriti animali” dei luoghi, che si cerca di rendersi amici con piccoli doni. In Australia poi i famosi dipinti degli aborigeni legati ai miti ancestrali vengono ridipinti e aggiornati da millenni, perché sono ancora usati per l’iniziazione dei giovani. I dipinti tribali di oggi hanno in comune con l’arte preistorica alcune caratteristiche, per esempio la continua ripetizione in certi luoghi degli stessi soggetti, oppure la presenza di impronte di mani e piedi di bambini, che fa pensare a riti di iniziazione, o i doni e i segni di dita lasciati sulle immagini, simili a quelli che lasciano i fedeli nelle chiese quando chiedono grazie».
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«No, questo non è possibile: l’abisso temporale è troppo grande e molti dettagli sono ormai perduti. In Australia, per esempio, mi hanno spiegato come certe linee sulle rocce indichino luoghi accessibili solo ai maschi o solo a iniziati. Nelle grotte del paleolitico ci sono segni simili: ma chi ce ne potrà mai spiegare il senso? O pensate a quella scena dipinta a Lascaux: un uomo con la testa di uccello e il pene eretto, disteso davanti a un bisonte sventrato da una lancia. Non potremo mai sapere a quale mito si riferisca. Credo però che potremo arrivare a intuire l’idea generale che motiva certe opere. Ed eliminare alcune ipotesi, come quella che si tratti di graffiti casuali: a realizzare opere di tecnica sopraffina dovevano essere persone selezionate e addestrate. Da scartare è anche l’ipotesi che i dipinti abbiano fini solo estetici: spesso si trovano nei recessi più oscuri e nascosti delle grotte, non certo per essere visibili a tutti. C’è una logica che ci sfugge nella scelta dei siti: alcune grotte comode e abitate per millenni non hanno dipinti, altre disabitate e quasi inaccessibili ne sono piene. Perché? I nativi americani mi hanno confermato che l’arte rupestre si realizza solo dove i luoghi “parlano” agli uomini».
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«In tante mitologie le cavità sono un accesso a mondi ultraterreni» spiega l’archeologo. «Immaginiamo un uomo del paleolitico che si spinga nell’interno di una grotta fino a luoghi bui, con strani odori e concrezioni, inquietanti figure create dalle ombre, paurosi effetti di eco, poco ossigeno. In un luogo simile non c’è da stupirsi se qualcuno aveva visioni, che forse provava poi a fissare sulle pareti. La grotta appariva un luogo a cavallo fra il mondo degli uomini e quello ultraterreno, e chi era capace di mantenere aperto il contatto, magari anche per l’abilità nel disegnare le sue visioni, diventava una figura di grande importanza, uno sciamano».
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«La mia ipotesi» spiega Clottes «è che le grotte europee fossero le sedi di riti sciamanici, per l’iniziazione di giovani, per propiziare la salute, la caccia e forse anche la fertilità, come suggeriscono le figure di genitali femminili, spesso ricavate intorno a fessure nella roccia».
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«Abbiamo anche scoperto che certe figure, composte da tratti disegnati e ombre di concrezioni, si vedono solo tenendo la luce in certe posizioni, quindi lo sciamano poteva farle apparire e sparire a volontà, come se uscissero dalla roccia» aggiunge Clottes.
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«Oppure si facevano offerte, come le schegge di osso incastrate nelle crepe vicino ai disegni: a me ricordano i bigliettini indirizzati a Dio lasciati nel Muro del Pianto a Gerusalemme».
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«Erano forse il modo più suggestivo per attingere potenza spirituale: mettevi la mano sulla parete, su di questa veniva soffiata della polvere colorata facendola diventare uguale alla roccia, e quando sollevavi la mano era come se portassi con te un po’ del potere del luogo».
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Anche per questo Clottes ha una spiegazione: «Nel mondo del Magdaleniano l’uomo era una piccola e debole cosa, immersa in una natura intatta, dominata da animali bellissimi, possenti, spesso pericolosi. Tutto l’immaginario, tutta la spiritualità umana dovevano ruotare intorno a loro».
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Alex Saragosa
L’uomo era «spiritualis» anche prima di essere «sapiens»?
L’archeologo Jean Clottes, per definire la nostra specie, invece che di ‹Homo sapiens› preferisce parlare di ‹Homo spiritualis›: saremmo infatti gli unici in grado di ragionare sull’esistenza di un altro mondo. Ma è proprio così? Due recenti scoperte fanno pensare che anche uomini non ‹sapiens› abbiano avuto una vita spirituale. Nella grotta di Bruniquel, in Francia, l’archeologo Jacques Jaubert dell’università di Bordeaux ha di recente datato due grandi cerchi composti da 400 pezzi di stalattite: risalirebbero a 179 mila anni fa, quando ‹Homo sapiens› non aveva ancora lasciato l’Africa. I cerchi, che sembrano avere funzioni cerimoniali, sarebbero quindi opera di ‹Neanderthal›. Nella grotta Rising Star, in Sudafrica, il paleontologo Lee Berger dell’università del Witwatersrand ha scoperto invece una cavità con resti di 15 ominidi di una specie che è stata chiamata ‹Homo naledi›, risalente a due milioni di anni fa. Lo stato delle ossa sembra escludere siano i resti di corpi trascinati lì da belve, da una piena o da un crollo: potrebbe trattarsi di una sorta di «tomba di famiglia». La prova di una vita spirituale, presente ben prima di ‹Homo sapiens›, che evidentemente non è l’unico ‹Homo spiritualis›. (Al.Sa.)
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ANNOTAZIONI E SPUNTI
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NOTA: Pur non essendo formalmente un’intervista, l’articolo ne segue grosso modo la struttura, alternando domande e commenti dell’autore dell’articolo con brani virgolettati che riportano le parole dell’intervistato, nonché autore del libro citato. Tanto sulla versione stampata quanto su quella elettronica pubblicata sul sito internet di “Repubblica” (seppur in modo leggermente diverso) però gli “accapi” non sempre separano il testo virgolettato (parole dell’intervistato) da quello non virgolettato (domande, considerazioni e sintesi dell’intervistatore ed estensore dell’articolo); per agevolarne lettura e analisi abbiamo scelto qui di separare i due tipi di testo, evidenziando gli “accapi” presenti sul cartaceo con segni di paragrafo come quello che segue:
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•IBID.• Su segnalazioni «[…] Venerdi di Repubblica — 08/06/2016 […]»: il “Venerdi di Repubblica” ovviamente esce il venerdì, ma l’8 giugno era mercoledì; deve esserci un errore nella data. L’8 luglio era venerdì. E sul sito internet di “Repubblica” l’articolo è appunto datato 08/07/2016.
•IBID.• Nel riquadro del testo intitolato ‹L’uomo era «spiritualis» anche prima di essere «sapiens»?› compare più volte la dizione ‹Homo spiritualis› che invece non compare mai nel testo principale; viene il sospetto che l’espressione non sia dell’archeologo Jean Clottes e forse neppure dell’autore dell’articolo (malgrado il brano sia siglato “Al.Sa.” per Alex Saragosa), ma di qualche redattore del “Venerdì” che deve avere tendenze “spiritualiste”. Nella versione sul sito internet di “Repubblica” il testo riquadrato non compare. Per questo abbiamo scelto di aggiungere il testo relativo in coda all’articolo, come fosse un’aggiunta allo stesso.
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•IBID.• «[…] simili a quelli che lasciano i fedeli nelle chiese quando chiedono grazie»: non sarà piuttosto l’usanza dei “fedeli” di oggi un residuo di pratiche paleolitiche?
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•IBID.• «[…] fini solo estetici […]»: può apparire una connotazione limitativa solo nell’accezione moderna del termine, ma in origine “estetico” si riferisce generalmente alla “sensibilità” — che sembra appunto esattamente il caso. In questo senso, trattandosi di “rappresentazioni”, i fini non potevano che essere “estetici”.
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•IBID.• «[…] si vedono solo tenendo la luce in certe posizioni […]»: questa affermazione suggerisce l’esistenza di un’arte piuttosto sofisticata non solo della realizzazione pittorica ma anche di una sorta di scenografia, con illusioni ottiche e quant’altro. Ricordiamo che la scenografia era considerata ancora in epoca alessandrina una vera e propria scienza (vedi L. Russo, ‹La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna›, 1996, cap. 3).
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•IBID.• «[…] come se portassi con te un po’ del potere del luogo»: assumendo che il potere fosse “del luogo” e non piuttosto di qualche particolare esperienza o cerimonia iniziatica.
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[] http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/07/19/news/l_arte_nelle_grotte_e_roba_da_sciamani-144435655/
[] https://issuu.com/segnalazioni.box/docs/l_arte_nelle_grotte
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